Venerdì 27/11/15 – Il buon Samaritano

samaritano_RupnikVenerdì 27 novembre
IL BUON SAMARITANO
La gioia di prendersi cura gli uni degli altri

 

 

STATIO:
IN SILENZIO,
METTIAMOCI ALLA PRESENZA DEL SIGNORE

Invochiamo lo Spirito Santo          (Sequenza medievale)
Amore del Padre e del Figlio,
santa sorgente di ogni bene,
Spirito paraclito.

Dai tesori della Trinità,
vieni, o fiume dell’amore,
ad abbracciare i nostri cuori.

Mostrati in essi, dolce fiamma,
lambisci i nostri cuori induriti,
allontana il gelo che ci opprime.

Scendi, dolce brezza,
spira su di noi fino a bruciarci,
con il tuo amore che divinizza.

Per te a te noi siamo uniti,
grazie a te siamo congiunti gli uni gli altri
con il legame dell’amore.
Amen

LECTIO:    
PARLA, SIGNORE,
IL TUO SERVO TI ASCOLTA!

Dammi intelligenza, perché io custodisca la tua legge
e la osservi con tutto il cuore.
Guidami sul sentiero dei tuoi comandi, Signore,
perché in essi è la mia felicità.               Sl 119[118],34-35

Apri il mio cuore, Signore, alla tua parola di salvezza!

DAL VANGELO SECONDO LUCA (10,25-37)
25Ed ecco, un dottore della Legge si alzò per mettere Gesù alla prova e chiese: «Maestro, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?». 26Gesù gli disse: «Che cosa sta scritto nella Legge? Come leggi?». 27Costui rispose: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente, e il tuo prossimo come te stesso». 28Gli disse: «Hai risposto bene; fa’ questo e vivrai».
29Ma quello, volendo giustificarsi, disse a Gesù: «E chi è mio prossimo?». 30Gesù riprese: «Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e cadde nelle mani dei briganti, che gli portarono via tutto, lo percossero a sangue e se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. 31Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e, quando lo vide, passò oltre. 32Anche un levita, giunto in quel luogo, vide e passò oltre. 33Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto, vide e ne ebbe compassione. 34Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi lo caricò sulla sua cavalcatura, lo portò in un albergo e si prese cura di lui. 35Il giorno seguente, tirò fuori due denari e li diede all’albergatore, dicendo: “Abbi cura di lui; ciò che spenderai in più, te lo pagherò al mio ritorno”. 36Chi di questi tre ti sembra sia stato prossimo di colui che è caduto nelle mani dei briganti?». 37Quello rispose: «Chi ha avuto compassione di lui». Gesù gli disse: «Va’ e anche tu fa’ così».

BREVE COMMENTO AL TESTO
Siamo giunti ormai al termine di questo cammino. Meditando sulla famosa parabola del Buon Samaritano ci prepariamo ad entrare nel nuovo anno liturgico con la consapevolezza che il regno del Signore cresce nella storia, nonostante le nostre imperfezioni, i nostri limiti e peccati. Sarà un regno nel quale regna l’amore, senza barriere, senza distinzioni, senza limiti, una amore grande come quello del Samaritano verso il fratello che incontra lungo il suo cammino.

Una domanda vitale
Un dottore della Legge interroga Gesù ponendogli una domanda essenziale: «Maestro cosa devo fare per ereditare la vita eterna»? La domanda, precisa Luca, è posta per “mettere alla prova Gesù”; è una specie di test per vedere cosa pensa Gesù, per provocarlo a prendere posizione su questa questione importante. Gesù però non risponde direttamente, ma fa in modo che sia proprio il suo interlocutore a manifestare la sua opinione; gli ripropone la questione rinviando all’autorevolezza della Legge: «Che cosa sta scritto nella Legge? Come leggi?».
Il dottore della Legge risponde e risponde bene. Cita due passi del Pentateuco, due vertici del messaggio morale dell’Antico Testamento. Il primo (Dt 6,5) è un versetto tratto dalla professione di fede ebraica (“Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, unico è il Signore. Tu amerai il Signore, tuo Dio, con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze”: Dt 6,4-5); il secondo appartiene al cosiddetto Codice di Santità (Lv 17-26) (“Non ti vendicherai e non serberai rancore contro i figli del tuo popolo, ma amerai il tuo prossimo come te stesso. Io sono il Signore”: Lv 19,18).
Luca (come fanno anche gli altri racconti sinottici) accosta questi precetti. È lo stesso dottore della Legge che si espone e coglie in questi due precetti il cuore della Legge, il cammino che conduce alla vita eterna.
Di fatto il racconto potrebbe terminare a questo punto. La risposta è stata data, Gesù ha approvato questa risposta. Tuttavia manca qualcosa di essenziale. Ed è proprio il dottore della Legge a fornire a Gesù lo spunto per approfondire il suo insegnamento.

Chi è il mio prossimo?
La domanda di fondo è questa: chi è mai il mio prossimo? Se è immediato comprendere il primo comandamento (l’amore per Dio), non è altrettanto immediato comprendere chi è il prossimo che va amato.
Gesù allora propone un racconto esemplare e fa sì che il dottore della Legge sia di fatto condotto a rispondere lui stesso alla domanda, in un modo nuovo e radicale.
C’è un tale, senza nome e senza identità, che scende da Gerusalemme verso Gerico, una strada ben nota, lungo la quale viene assalito dai briganti, che lo derubano e lo lasciano mezzo morto sul ciglio della strada. Accanto a lui passano un sacerdote e un levita, uomini religiosi che ben conoscono la legge di Dio, i quali fingono di non vederlo e passano oltre. Su quella stessa strada passa anche un tale che appartiene al gruppo dei Samaritani, considerati eretici dai giudei, scismatici allontanatisi dal popolo eletto. E proprio lui si prende cura in modo esemplare dell’uomo assalito dai briganti: gli medica le ferite, lo carica sulla propria cavalcatura e lo conduce alla locanda impegnandosi a pagare tutte le spese al suo ritorno. La contrapposizione tra l’atteggiamento dei due primi personaggi (il sacerdote e il levita) e il samaritano è totale. Gesù marca nel suo racconto questa differenza di atteggiamento e lo fa in modo provocatorio, additando di fatto come esemplare il comportamento di uno considerato eretico, escluso dall’elezione del popolo di Dio. Eppure proprio lui è proposto come esempio del ‘cosa fare’ per ereditare la vita eterna.
Infatti, al termine della parabola Gesù domanda: «Chi di questi  tre ti sembra sia stato il prossimo di colui che è incappato nei briganti»? E il dottore è costretto a rispondere: «Chi ha avuto compassione di lui» (lett. «Colui che ha fatto la misericordia con lui»). E Gesù disse: «Va’ e anche tu fai lo stesso».
Gesù di nuovo conduce il suo interlocutore perché risponda alla sua stessa domanda: deve esporsi e mettersi in gioco. La questione non è tanto chiarire ‘chi è il mio prossimo’ ovvero chi è degno di essere amato; non è tanto cosa devo fare al prossimo una volta individuato; la questione è più profonda: cosa significa farsi prossimo, essere prossimo, vicino, attento, commuoversi nel profondo? Questo infatti è lo stile del samaritano che la parabola ci invita a fare nostro.

Farsi prossimo
L’insegnamento di Gesù non è certo solo per questo dottore della Legge. Ciascuno di noi è provocato a riflettere su se stesso e il suo essere-per-l’altro al modo di Gesù. Non esiste un elenco di categorie precostituito: poveri, malati, extracomunitari e quant’altro… un elenco chiuso di “prossimi” che Gesù ci lascia. Gesù ci chiede di cambiare profondamente il nostro atteggiamento verso l’altro, di deciderci di assumere uno stile di vita al modo del samaritano che si fa prossimo di uno sconosciuto che incontra per la strada, una persona ferita, perciò sporca di sangue e quindi, secondo la Legge, impura. Il sacerdote e il levita osservano la Legge e non lo toccano; il samaritano, un fuorilegge secondo i giudei, al contrario si fa prossimo e così osserva non l’esteriorità della legge, ma il suo spirito profondo. Va al cuore della Legge e ama il fratello come la Legge stessa richiede. Questo fratello non è solo l’amico, il conoscente, colui che è legato da qualche legame affettivo o di appartenenza religiosa o di clan. È il tale senza nome ferito che mi passa accanto e al quale Gesù mi chiede di farmi prossimo, annullando le distanze, lasciando parlare il cuore e non passando oltre.
Allora potrò scorgere le sue ferite, i suoi bisogni e prendermi cura di lui. Senza questa attitudine di prossimità, potremmo passare tutta la vita accanto alle persone senza accorgerci mai del loro bisogno di aiuto.
Il samaritano ha avuto compassione dell’uomo che incontra nel suo cammino e con lui trova la strada della vita eterna.
Sta a noi, in epoche, situazioni e contesti diversi, trovare ogni volta la modalità di farsi prossimo dei fratelli. Sulla strada dell’uomo c’è sempre un brigante in agguato che cerca di rubargli la dignità, la speranza, la libertà, il desiderio di giustizia. Fa’ o Signore che quest’uomo spogliato di tutto, possa scoprire che sulla stessa strada c’è un amico che, nel silenzio, sa fermarsi, dare attenzione e cura, nella misura del suo bisogno.
Il sacerdote e il pubblicano avevano valide ragioni per non fermarsi: un orario da rispettare, la purità necessaria per il servizio liturgico al Tempio. Cose importanti per il loro ministero; non possono perdere tempo, neppure per uno che sta morendo per la strada. Il loro impegno con Dio li rende indifferenti nei confronti della sofferenza del prossimo.
Nell’enciclica Salvifici Doloris Giovanni Paolo II scrive: «La parabola del buon Samaritano appartiene al Vangelo della sofferenza. Essa indica, infatti, quale debba essere il rapporto di ciascuno di noi verso il prossimo sofferente. Non ci è lecito “passare oltre” con indifferenza, ma dobbiamo fermarci accanto a lui. Buon Samaritano è ogni uomo che si ferma accanto alla sofferenza di un altro uomo, qualunque esso sia.
Quel fermarsi non significa curiosità, ma disponibilità. Questo è come l’aprirsi di una certa disposizione del cuore, che ha anche la sua espressione emotiva. Buon Samaritano è ogni uomo sensibile alla sofferenza altrui, l’uomo che si commuove per la disgrazia del prossimo. Se Cristo, conoscitore, conoscitore dell’interno dell’uomo, sottolinea questa commozione, vuol dire che essa è importante per tutto il nostro atteggiamento di fronte alla sofferenza altrui» (SD 28).

Una domanda scomoda
Domandiamoci se anche noi oggi, con la fretta che i tempi moderni ci impongono, rischiamo di non aver tempo per fermarci di fronte a colui che si trova nel bisogno sulla nostra strada. Spesso tentiamo di giustificarci pensando: «Io, da solo, cosa posso fare? Provvedere a chi è nella necessità non spetta a me; se ne devono occupare le istituzioni: lo Stato, la Chiesa, la Caritas, altre associazioni che hanno questo scopo… ».
Ho dimenticato la parola di Gesù che dice a me, oggi come allora: prenditi cura del fratello e io ti ricompenserò al mio ritorno? Forse non sono soltanto i briganti a rendere difficile la strada dell’uomo, ma anche l’indifferenza dei buoni. Riflettiamo e chiediamo al Signore di donarci un cuore di carne capace di amare come lui ama.

Durante la giornata rileggiamo lentamente il testo e lasciamolo risuonare nel nostro cuore. Prendiamo un po’ di tempo per ripensare al cammino di questi giorni. Scriviamo brevemente parole, osservazioni, decisioni, intuizioni perché possiamo farne tesoro e riprenderle in futuro. Stiamo per iniziare il tempo di avvento, nel quale ci prepariamo a fare memoria della nascita di Gesù e attendiamo e affrettiamo il suo ritorno nella gloria. Rendiamo grazie a Dio con parole nostre e chiediamo al Signore di modellare sempre più la nostra vita a immagine della sua.

MEDITATIO:
LA PAROLA RISUONI NEI NOSTRI CUORI

LEGGIAMO e rileggiamo la Scrittura
perché la Parola risuoni nel nostro cuore.
Facciamo silenzio perché possiamo ascoltare
quanto il Signore vorrà dire a ciascuno di noi.

ASCOLTIAMO LA PAROLA DI PAPA FRANCESCO
8. Con lo sguardo fisso su Gesù e il suo volto misericordioso possiamo cogliere l’amore della SS. Trinità. La missione che Gesù ha ricevuto dal Padre è stata quella di rivelare il mistero dell’amore divino nella sua pienezza. «Dio è amore» (1Gv 4,8.16), afferma per la prima e unica volta in tutta la Sacra Scrittura l’evangelista Giovanni. Questo amore è ormai reso visibile e tangibile in tutta la vita di Gesù. La sua persona non è altro che amore, un amore che si dona gratuitamente. Le sue relazioni con le persone che lo accostano manifestano qualcosa di unico e di irripetibile. I segni che compie, soprattutto nei confronti dei peccatori, delle persone povere, escluse, malate e sofferenti, sono all’insegna della misericordia. Tutto in Lui parla di misericordia. Nulla in Lui è privo di compassione.

Gesù, dinanzi alla moltitudine di persone che lo seguivano, vedendo che erano stanche e sfinite, smarrite e senza guida, sentì fin dal profondo del cuore una forte compassione per loro (cfr Mt 9,36). In forza di questo amore compassionevole guarì i malati che gli venivano presentati (cfr Mt 14,14), e con pochi pani e pesci sfamò grandi folle (cfr Mt 15,37). Ciò che muoveva Gesù in tutte le circostanze non era altro che la misericordia, con la quale leggeva nel cuore dei suoi interlocutori e rispondeva al loro bisogno più vero. Quando incontrò la vedova di Naim che portava il suo unico figlio al sepolcro, provò grande compassione per quel dolore immenso della madre in pianto, e le riconsegnò il figlio risuscitandolo dalla morte (cfr Lc 7,15). Dopo aver liberato l’indemoniato di Gerasa, gli affida questa missione: «Annuncia ciò che il Signore ti ha fatto e la misericordia che ha avuto per te» (Mc 5,19). Anche la vocazione di Matteo è inserita nell’orizzonte della misericordia. Passando dinanzi al banco delle imposte gli occhi di Gesù fissarono quelli di Matteo. Era uno sguardo carico di misericordia che perdonava i peccati di quell’uomo e, vincendo le resistenze degli altri discepoli, scelse lui, il peccatore e pubblicano, per diventare uno dei Dodici. San Beda il Venerabile, commentando questa scena del Vangelo, ha scritto che Gesù guardò Matteo con amore misericordioso e lo scelse: miserando atque eligendo. Mi ha sempre impressionato questa espressione, tanto da farla diventare il mio motto. (…)

Gesù afferma che la misericordia non è solo l’agire del Padre, ma diventa il criterio per capire chi sono i suoi veri figli. Insomma, siamo chiamati a vivere di misericordia, perché a noi per primi è stata usata misericordia. Il perdono delle offese diventa l’espressione più evidente dell’amore misericordioso e per noi cristiani è un imperativo da cui non possiamo prescindere. Come sembra difficile tante volte perdonare! Eppure, il perdono è lo strumento posto nelle nostre fragili mani per raggiungere la serenità del cuore. Lasciar cadere il rancore, la rabbia, la violenza e la vendetta sono condizioni necessarie per vivere felici. Accogliamo quindi l’esortazione dell’apostolo: «Non tramonti il sole sopra la vostra ira» (Ef 4,26). E soprattutto ascoltiamo la parola di Gesù che ha posto la misericordia come un ideale di vita e come criterio di credibilità per la nostra fede: «Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia» (Mt 5,7) è la beatitudine a cui ispirarsi con particolare impegno in questo Anno Santo.
Come si nota, la misericordia nella Sacra Scrittura è la parola-chiave per indicare l’agire di Dio verso di noi. Egli non si limita ad affermare il suo amore, ma lo rende visibile e tangibile. L’amore, d’altronde, non potrebbe mai essere una parola astratta. Per sua stessa natura è vita concreta: intenzioni, atteggiamenti, comportamenti che si verificano nell’agire quotidiano. La misericordia di Dio è la sua responsabilità per noi. Lui si sente responsabile, cioè desidera il nostro bene e vuole vederci felici, colmi di gioia e sereni. È sulla stessa lunghezza d’onda che si deve orientare l’amore misericordioso dei cristiani. Come ama il Padre così amano i figli. Come è misericordioso Lui, così siamo chiamati ad essere misericordiosi noi, gli uni verso gli altri.

10. L’architrave che sorregge la vita della Chiesa è la misericordia. Tutto della sua azione pastorale dovrebbe essere avvolto dalla tenerezza con cui si indirizza ai credenti; nulla del suo annuncio e della sua testimonianza verso il mondo può essere privo di misericordia. La credibilità della Chiesa passa attraverso la strada dell’amore misericordioso e compassionevole. La Chiesa «vive un desiderio inesauribile di offrire misericordia». Forse per tanto tempo abbiamo dimenticato di indicare e di vivere la via della misericordia. La tentazione, da una parte, di pretendere sempre e solo la giustizia ha fatto dimenticare che questa è il primo passo, necessario e indispensabile, ma la Chiesa ha bisogno di andare oltre per raggiungere una meta più alta e più significativa. Dall’altra parte, è triste dover vedere come l’esperienza del perdono nella nostra cultura si faccia sempre più diradata. Perfino la parola stessa in alcuni momenti sembra svanire. Senza la testimonianza del perdono, tuttavia, rimane solo una vita infeconda e sterile, come se si vivesse in un deserto desolato. È giunto di nuovo per la Chiesa il tempo di farsi carico dell’annuncio gioioso del perdono. È il tempo del ritorno all’essenziale per farci carico delle debolezze e delle difficoltà dei nostri fratelli. Il perdono è una forza che risuscita a vita nuova e infonde il coraggio per guardare al futuro con speranza. Misericordiae Vultus, 8-10

Preghiamo con l’Inno del Giubileo:
Misericordes sicut Pater! 

Chiediamo la pace al Dio di ogni pace
in aeternum misericordia eius
la terra aspetta il vangelo del Regno
in aeternum misericordia eius
gioia e perdono nel cuore dei piccoli
in aeternum misericordia eius
saranno nuovi i cieli e la terra
in aeternum misericordia eius

ORATIO:
A TE, SIGNORE, SALE LA MIA PREGHIERA!

Preghiamo con la preghiera del Giubileo della misericordia
Signore Gesù Cristo,
tu ci hai insegnato a essere misericordiosi come il Padre celeste,
e ci hai detto che chi vede te vede Lui.
Mostraci il tuo volto e saremo salvi.
Il tuo sguardo pieno di amore
liberò Zaccheo e Matteo dalla schiavitù del denaro;
l’adultera e la Maddalena dal porre la felicità solo in una creatura;
fece piangere Pietro dopo il tradimento,
e assicurò il Paradiso al ladrone pentito.
Fa’ che ognuno di noi ascolti come rivolta a sé la parola che dicesti alla samaritana: Se tu conoscessi il dono di Dio!

Tu sei il volto visibile del Padre invisibile,
del Dio che manifesta la sua onnipotenza
soprattutto con il perdono e la misericordia:
fa’ che la Chiesa sia nel mondo il volto visibile di te,
suo Signore, risorto e nella gloria.
Hai voluto che i tuoi ministri
fossero anch’essi rivestiti di debolezza
per sentire giusta compassione
per quelli che sono nell’ignoranza e nell’errore:
fa’ che chiunque si accosti a uno di loro
si senta atteso, amato e perdonato da Dio.

Manda il tuo Spirito e consacraci tutti con la sua unzione
perché il Giubileo della Misericordia
sia un anno di grazia del Signore
e la tua Chiesa con rinnovato entusiasmo
possa portare ai poveri il lieto messaggio
proclamare ai prigionieri e agli oppressi la libertà
e ai ciechi restituire la vista.

Lo chiediamo per intercessione di Maria, Madre della Misericordia
a te che vivi e regni con il Padre e lo Spirito Santo
per tutti i secoli dei secoli. Amen

CONTEMPLATIO:
DAMMI OCCHI NUOVI, SIGNORE,
PER CONTEMPLARE LE TUE MERAVIGLIE!

Il Risorto ci dice, con una potenza che ci riempie di immensa fiducia e di fermissima speranza: «Io faccio nuove tutte le cose» (Ap 21,5). Con Maria avanziamo fiduciosi verso questa promessa, e diciamole:

Vergine e Madre Maria, tu che, mossa dallo Spirito,
hai accolto il Verbo della vita
nella profondità della tua umile fede,
totalmente donata all’Eterno, aiutaci a dire il nostro “sì”
nell’urgenza, più imperiosa che mai,
di far risuonare la Buona Notizia di Gesù.

Tu, ricolma della presenza di Cristo,
hai portato la gioia a Giovanni il Battista,
facendolo esultare nel seno di sua madre.

Tu, trasalendo di giubilo,
hai cantato le meraviglie del Signore.
Tu, che rimanesti ferma davanti alla Croce
con una fede incrollabile,
e ricevesti la gioiosa consolazione della risurrezione,
hai radunato i discepoli nell’attesa dello Spirito
perché nascesse la Chiesa evangelizzatrice.

Ottienici ora un nuovo ardore di risorti
per portare a tutti il Vangelo della vita che vince la morte.
Dacci la santa audacia di cercare nuove strade
perché giunga a tutti
il dono della bellezza che non si spegne.

Tu, Vergine dell’ascolto e della contemplazione,
madre dell’amore, sposa delle nozze eterne,
intercedi per la Chiesa, della quale sei l’icona purissima,
perché mai si rinchiuda e mai si fermi
nella sua passione per instaurare il Regno.

Stella della nuova evangelizzazione,
aiutaci a risplendere nella testimonianza della comunione,
del servizio, della fede ardente e generosa,
della giustizia e dell’amore verso i poveri,
perché la gioia del Vangelo giunga sino ai confini della terra
e nessuna periferia sia priva della sua luce.
Madre del Vangelo vivente, sorgente di gioia per i piccoli,
prega per noi. Amen. Alleluia.
Papa Francesco, Evangelii gaudium (2013)

ACTIO:
SIGNORE, COSA VUOI CHE IO FACCIA?

Abbiamo ascoltato, meditato, pregato.
La Parola ci chiede ora di essere vissuta
nella concretezza di tutti i giorni, a cominciare da OGGI.